Si è svolta ieri sera, 18 settembre, nella Chiesa Cattedrale di Rossano, la solenne concelebrazione eucaristica in occasione della memoria della Dedicazione della Cattedrale, cuore della vita liturgica e segno dell’unità della comunità diocesana.
Alla celebrazione hanno preso parte i parroci dell’Area urbana di Rossano e il Capitolo Cattedrale, raccolti attorno all’Arcivescovo in una significativa espressione di comunione ecclesiale.
Nell’omelia, l’Arcivescovo ha ricordato anzitutto che la celebrazione non è semplicemente la memoria di un edificio antico e venerabile, ma la celebrazione della «casa di Dio e della casa della Chiesa», luogo nel quale la comunità diocesana riconosce il segno della propria unità.
«Questa è la Chiesa-madre della nostra città e della nostra diocesi», ha sottolineato, richiamando la storia di generazioni di credenti che proprio nella Cattedrale hanno ascoltato la Parola di Dio, ricevuto l’Eucaristia, celebrato i sacramenti e affidato al Signore le proprie gioie e le proprie sofferenze. In modo particolare, la Cattedrale è stata e continua a essere luogo di rinascita battesimale per tanti figli della comunità cristiana.
Da qui il richiamo alla “presidenza della carità”, intesa non come dominio o privilegio, ma come «servizio, responsabilità, unità». La Cattedrale, ha spiegato l’Arcivescovo, è chiamata a essere segno della comunione della Chiesa diocesana, una comunione che «non è uniformità», ma è il miracolo di Cristo che raccoglie persone e comunità diverse e le rende «un solo corpo. Pietre vive».
Particolarmente significativa la meditazione proposta a partire dalla prima lettura, con l’immagine del fiume che sgorga dal tempio nella visione del profeta Ezechiele. Là dove arriva quell’acqua, tutto rifiorisce e la vita rinasce.
«È questa la vocazione della Chiesa. Dal tempio deve uscire la vita», ha affermato l’Arcivescovo, sottolineando che la grazia ricevuta non può essere trattenuta e che il Vangelo è chiamato a raggiungere le strade della città, le famiglie, le periferie dell’esistenza, le persone ferite, i poveri, i giovani, gli anziani e tutti coloro che sono alla ricerca di un senso e di una speranza.
L’immagine dell’acqua viva ha condotto così al tema del Battesimo e alla missione della Chiesa di generare alla vita nuova. La memoria della Dedicazione, ha ricordato l’Arcivescovo, non può essere soltanto conservazione di una tradizione ricevuta, ma deve diventare apertura al futuro, perché «Cristo continua a fare nuove tutte le cose».
Al centro dell’omelia anche il Vangelo della purificazione del tempio e la parola di Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Il vero Tempio, ha ricordato l’Arcivescovo, è Cristo. La Cattedrale è santa perché conduce a Lui: le pietre, la storia e la bellezza acquistano il loro significato pieno quando diventano strada verso Cristo, presente nella sua Parola e nell’Eucaristia e vivo nella sua Chiesa.
Da qui l’invito a guardare oltre la bellezza materiale della Cattedrale per riscoprire la dignità di ogni persona come tempio vivo dello Spirito Santo.
«Possiamo avere una chiesa luminosa e un cuore nelle tenebre. Possiamo avere altari ornati e relazioni ferite. Possiamo restaurare le pietre e lasciare che dentro di noi rimangano rancore, divisione, egoismo, indifferenza», ha ricordato l’Arcivescovo, indicando nella celebrazione della Dedicazione anche una chiamata alla conversione del cuore.
La Cattedrale diventa così immagine di una Chiesa chiamata non soltanto a custodire, ma anche a generare e inviare. «Una Cattedrale vive davvero quando continua a generare futuro», ha affermato l’Arcivescovo, indicando nella porta aperta della Chiesa il segno di una comunità capace di accogliere chi cerca Dio, chi ritorna dopo essersi allontanato, chi porta una ferita, chi non sa più pregare, chi cerca ascolto e fraternità e chi desidera ricominciare.
Il richiamo finale è tornato all’immagine dell’acqua viva: una corrente chiamata a partire dalla Cattedrale e a raggiungere ogni comunità parrocchiale, diventando «carità concreta», «consolazione per chi soffre», «accoglienza per chi è solo», «speranza per chi è scoraggiato» e «fraternità per chi si sente escluso».
La celebrazione ha assunto così un significato che va oltre la memoria di una dedicazione: è diventata un invito a riscoprire la Cattedrale come Chiesa-madre, sorgente di comunione e luogo da cui la vita cristiana viene generata e inviata.
«Chiediamo una grazia – ha concluso l’Arcivescovo –: che questa Cattedrale non sia soltanto una bella casa di pietra, ma sia sempre una sorgente di vita per tutta la diocesi».
E proprio come l’acqua della visione di Ezechiele, dalla Cattedrale è rinnovato l’auspicio che continui a sgorgare «l’acqua viva del Vangelo», capace di attraversare la diocesi e di portare, là dove arriva, la vita, la speranza e la fraternità.

