Celebrata la festa di San Basilide, patrono della Polizia Penitenziaria

In occasione della festa di San Basilide, patrono della Polizia Penitenziaria, Monsignor Aloise ha rivolto parole di profonda riflessione, gratitudine e orientamento etico a tutto il personale che opera quotidianamente all’interno degli istituti di pena. Un discorso che ha toccato il cuore di una professione complessa, definendola non come un semplice impiego, ma come una vera e propria «vocazione al servizio della persona».

La cerimonia si è tenuta nella Cattedrale di Maria Santissima Achiropita alla presenza delle istituzioni civili e militari. Hanno portato il loro saluto anche il cappellano della Carcere di Corigliano Rossano don Clemente Caruso, il direttore del penitenziario cittadino dott Salvatore Trieste ed il comandante di Reparto dott. Domenico Montauro.

​Prendendo spunto dalle letture liturgiche, Mons. Aloise ha ribaltato la concezione comune di “successo” e “vittoria”, spesso associati al potere e alla forza. Citando San Giovanni – «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» – ha ricordato come il martirio e il sacrificio di San Basilide, antico soldato romano che scelse di mettere Dio al primo posto senza lasciarsi corrompere, non siano stati una sconfitta, ma il compimento di una fedeltà.

​Questa fedeltà, ha sottolineato Monsignor Aloise, si declina per gli agenti nella «croce di ogni giorno», in quel discepolato che non si vive nei momenti straordinari, ma nelle responsabilità delicate, nelle tensioni e nelle sofferenze umane quotidiane, spesso ignorate o mal raccontate dall’opinione pubblica e dai media.

​Il ruolo della Polizia Penitenziaria va ben oltre la pur fondamentale garanzia di sicurezza e ordine. Monsignor Aloise ha definito la presenza degli agenti come un «presidio di legalità» e, soprattutto, una «possibilità di speranza».

​Richiamando i principi della Costituzione italiana, l’omelia ha ribadito che il carcere non deve essere inteso unicamente come luogo di espiazione della pena, bensì come spazio di responsabilità, cambiamento e riscatto. Ogni detenuto, pur avendo commesso errori gravi, non smarrisce mai la propria dignità di figlio di Dio. Di conseguenza, chi serve lo Stato in questo contesto è chiamato ad abitare una frontiera difficile, un punto di incontro cruciale dove «giustizia e misericordia non sono realtà contrapposte, ma devono camminare insieme».

​Rivolgendosi direttamente alle donne e agli uomini in divisa, l’Arcivescovo ha evidenziato come il loro servizio richieda fermezza, equilibrio e umiltà. L’autentica autorevolezza non si impone semplicemente attraverso il ruolo o la forza della disciplina, ma si conquista giorno per giorno con la credibilità della propria vita e con la testimonianza morale.

​«Servire significa custodire», ha scandito Monsignor Aloise. Un custode che vigila sulle regole e sulla sicurezza della società, ma che al contempo protegge la speranza di chi può ancora cambiare, facendo sì che la giustizia non smarrisca mai il «volto dell’uomo».

​L’omelia non ha mancato di toccare con realismo le piaghe e le criticità strutturali che affliggono il sistema carcerario: il sovraffollamento, le costanti tensioni e il pesantissimo carico psicologico che grava sugli operatori.

​Proprio per questo, la ricorrenza di San Basilide è stata l’occasione per una corale preghiera di affidamento che ha unito idealmente tutta la comunità penitenziaria: dagli agenti ai dirigenti, dal personale amministrativo a quello sanitario, fino agli educatori, ai volontari e ai cappellani.

​In conclusione, il messaggio di Monsignor Aloise risuona come un monito per l’intera comunità civile: nessuna società può dirsi autenticamente giusta se dimentica il valore intrinseco della persona umana e se rinuncia a credere che ogni uomo, anche il più smarrito, possa ritrovare la via del bene.

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