Una giornata di preghiera, memoria e speranza nei cimiteri dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati. Il 2 novembre, in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, l’Arcivescovo ha presieduto le celebrazioni eucaristiche nei cimiteri del territorio diocesano, accompagnato dai sacerdoti delle Vicarie di Corigliano, Rossano e Cariati e alla presenza delle autorità civili e militari. Un appuntamento profondamente radicato nella vita delle comunità, nel quale la Chiesa si raccoglie attorno alla memoria dei propri cari, affidandoli alla misericordia di Dio e rinnovando la certezza cristiana della risurrezione.
La prima celebrazione si è svolta nella chiesa S. Antonio a Corigliano, per la pioggia che ha impedito la celebrazione al cimitero, dove l’Arcivescovo ha richiamato il significato più autentico di questa giornata, invitando i fedeli a non lasciarsi vincere dal dolore, ma a guardare alla morte alla luce della Pasqua di Cristo.
«La Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ci invita a non fermarci al dolore: ci apre alla speranza e ci ricorda che la morte non ha l’ultima parola, perché il nostro Dio è il Dio della vita». Parole che hanno fatto da filo conduttore all’intera giornata, restituendo alla commemorazione il suo significato più profondo: non soltanto il ricordo di chi non c’è più, ma la professione di fede nella vita eterna.
La seconda celebrazione, sempre per la forte pioggia, si è tenuta nella Chiesa Cattedrale di Rossano, dove l’Arcivescovo ha presieduto la Santa Messa, soffermandosi nel commento al Vangelo sul giudizio finale e sulla responsabilità concreta dell’amore verso il prossimo.
«Nel giudizio finale Gesù non ci chiederà anzitutto quante cose abbiamo posseduto, quanto siamo stati importanti o quali successi abbiamo raggiunto. Ci chiederà se abbiamo saputo amare: se abbiamo dato da mangiare all’affamato, accolto lo straniero, visitato il malato, fatto compagnia a chi era solo».
Riprendendo le parole del Vangelo di Matteo – «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» – l’Arcivescovo ha evidenziato come la pagina evangelica contenga una duplice provocazione: il bene che siamo chiamati a compiere, ma anche il male che possiamo commettere e, soprattutto, il bene che scegliamo volontariamente di non fare.
Nel giudizio di Gesù, infatti, ha sottolineato, risuonano tanto il «mi avete dato da mangiare» quanto il «non mi avete dato da mangiare»; tanto l’accoglienza quanto il rifiuto, tanto la vicinanza quanto l’indifferenza. Una Parola che interpella ogni cristiano a non essere spettatore passivo della vita e della storia, ma protagonista responsabile del bene comune.
Da questa riflessione l’Arcivescovo ha allargato lo sguardo alla realtà del territorio, richiamando anche l’attenzione sull’inchiesta che riguarda le cosche della Sibaritide. Un passaggio significativo, nel quale ha definito l’inchiesta un fatto positivo e atteso da anni, capace di riaccendere la speranza che si possa finalmente fare piena luce su situazioni che hanno condizionato la vita sociale, economica e civile del territorio.
«Chi vuole davvero bene alla propria terra non deve augurarsi che un’inchiesta crolli o si arresti, ma deve desiderare che vada fino in fondo, nel pieno rispetto delle garanzie di tutti, perché soltanto attraverso l’accertamento dei fatti e delle responsabilità si può arrivare alla verità».
Una riflessione che non intende anticipare giudizi o sentenze, ma riaffermare il valore della ricerca della verità come bene per l’intera comunità. L’Arcivescovo ha rivolto una esortazione alla magistratura e alle forze dell’ordine, ringraziate per il loro lavoro, chiedendo rigore, serietà, prove solide e tempi certi. Un territorio già provato, ha osservato, non può essere lasciato per anni nell’incertezza: la giustizia deve essere rigorosa, ma anche capace di arrivare in tempi ragionevoli.
«Il bene non consiste soltanto nel non fare il male, ma nel non sottrarsi alla responsabilità di fare ciò che è giusto». Da qui il forte richiamo a non lasciare spazio al silenzio, all’indifferenza, all’omertà, alla convenienza e alla paura, che possono trasformarsi in forme di complicità.
Amare la propria terra significa desiderare che sia libera, che nessuno debba piegarsi alla prepotenza, che il lavoro e l’iniziativa economica possano svilupparsi nella legalità e che nessuno sia costretto a cercare altrove il proprio futuro. Anche la memoria dei defunti, dunque, diventa occasione per interrogarsi sulla responsabilità personale e collettiva nella costruzione di una comunità più giusta, libera e umana.
Nel pomeriggio, nella storica chiesa del cimitero di Cariati, l’Arcivescovo ha presieduto la terza celebrazione della giornata, soffermandosi sul Vangelo delle Beatitudini. Un messaggio che ha intrecciato la memoria dei defunti con la chiamata universale alla santità e alla vita nuova promessa da Cristo.
«Le Beatitudini non sono un elenco di persone sfortunate alle quali Gesù cerca di offrire una consolazione. Sono il ritratto di coloro che hanno scelto di vivere secondo il cuore di Dio». I poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati per la giustizia rappresentano, nella riflessione dell’Arcivescovo, il volto di quanti, anche attraversando difficoltà e sofferenze, non hanno rinunciato ad amare, perdonare, cercare la giustizia e costruire la pace.
Una pagina evangelica che parla profondamente anche della vita di tanti uomini e donne che ci hanno preceduto. Ricordando i defunti, l’Arcivescovo ha invitato a riconoscere la testimonianza spesso silenziosa che hanno lasciato: quella di persone semplici, che hanno affrontato sacrifici e difficoltà, custodito la famiglia, lavorato onestamente, aiutato chi era nel bisogno, perdonato e ricominciato.
«Non hanno necessariamente compiuto grandi imprese, ma forse hanno saputo vivere le piccole cose con grande amore». È proprio in questa quotidianità, fatta di fedeltà, sacrificio, generosità e misericordia, che si manifesta spesso la santità più autentica.
Le Beatitudini diventano così anche un invito a non limitarsi a ricordare i propri cari, ma a raccogliere e custodire il bene che hanno trasmesso, continuando a vivere nella direzione del Vangelo. La memoria si trasforma in impegno: essere più misericordiosi, più giusti, più capaci di perdono, più onesti e attenti a chi soffre e a chi è solo.
Al termine della celebrazione, il messaggio dell’Arcivescovo si è raccolto in un invito alla preghiera e alla speranza: «Oggi la Chiesa ci invita a fare due cose: pregare per i nostri defunti e rinnovare la nostra speranza».
Una speranza che non cancella il dolore della separazione, ma lo illumina con la promessa della risurrezione. La giornata del 2 novembre si è così conclusa nel segno di una fede che guarda oltre la morte e che, proprio nella memoria di chi ci ha preceduto, trova la forza di rinnovare il proprio impegno nella carità.
Il modo più bello per onorare chi ci ha preceduto è continuare a vivere nell’amore, nell’onestà, custodire il bene ricevuto e farlo diventare dono per gli altri.
