Via Crucis diocesana al Palabrillia: “Tra venti di guerra e acque impetuose, invochiamo pace e solidarietà”

Si è svolta presso il Palabrillia di Corigliano-Rossano la Via Crucis diocesana, un momento di intensa preghiera e profonda commozione che ha visto la partecipazione corale di fedeli, autorità civili e militari, gruppi ecclesiali, associazioni e volontari. Al centro del rito, il tema trasversale: “Tra venti di guerra e acque impetuose, invochiamo pace e solidarietà”.

Il cammino, guidato dall’Arcivescovo S. E. Mons. Maurizio Aloise, ha attraversato le quattordici stazioni intrecciando il mistero della Passione di Cristo con le piaghe del tempo presente. In prima fila, accanto ai sindaci del territorio, erano presenti le comunità colpite dalle recenti esondazioni dei fiumi Crati e Trionto, a testimonianza di una Chiesa che si fa prossima al dolore della sua gente.

Nella sua riflessione, Mons. Aloise ha tracciato un parallelo potente tra i conflitti mondiali e il dramma del maltempo che ha ferito il territorio diocesano. “Abbiamo camminato tra due realtà che sembrano diverse, ma che parlano la stessa lingua: quella della sofferenza”, ha dichiarato il Vescovo. Le meditazioni hanno evocato immagini vive di case invase dal fango e campi distrutti, accostandole al dolore dei bambini che soffrono sotto le bombe in tante parti del mondo.

Il cuore dell’esortazione dell’Arcivescovo è stato un deciso rifiuto della rassegnazione e dell’assuefazione al male: “Il rischio più grande non è solo il dolore, ma l’abituarsi al dolore. Abituarsi alla guerra, alle tragedie, all’indifferenza. Noi questa sera diciamo con forza: non vogliamo abituarci. Quando ci si abitua alla guerra, si smette di cercare la pace, e quando si smette di cercarla, si spegne anche la speranza”.

Mons. Aloise ha sottolineato che la Via Crucis non può esaurirsi in un’emozione passeggera o in un rito quaresimale, ma deve tradursi in una “memoria viva”. L’invito è quello di non spegnere i riflettori sulle famiglie che ancora oggi lottano per ricominciare, trasformando la commozione in azione.

“Invocare pace e solidarietà non è uno slogan, ma una responsabilità: significa farsi prossimi, farsi ‘Cirenei’ per chi è rimasto solo”, ha aggiunto il Presule, precisando che la ricostruzione passa anche attraverso le parole che uniscono e i gesti che curano i legami sociali.

Un passaggio particolarmente toccante è stato dedicato ai volontari e a chi non si è arreso davanti alla furia della natura. “La solidarietà fatta di mani sporche di fango è già il segno della risurrezione”, ha affermato Mons. Aloise, ricordando che ricostruire non significa solo rialzare muri, ma disarmare i cuori e ricucire il tessuto umano di una comunità ferita ma dignitosa.

La celebrazione si è conclusa con una preghiera corale e una missione affidata a tutta la Diocesi: “non dimenticare e non abituarci”.

Un impegno che resta vivo per il cammino futuro di una terra che, tra acque impetuose e venti di guerra, sceglie di restare custode di speranza.

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