
Stamattina, presso la parrocchia Maria Madre della Chiesa, Area Urbana Rossano Scalo, si è svolto il ritiro spirituale mensile dei sacerdoti.
Dopo la preghiera dell’Ora Terza, S. E. l’Arcivescovo Mons. Maurizio Aloise ha salutato tutti i presenti e ha ringraziato Padre Luigi Gaetani, che sta offrendo le meditazioni per questo momento così importante per la vita dei presbiteri. Mentre nel ritiro di dicembre Padre Luigi ha proposto il tema: “L’umano di Gesù e l’umano del prete”, oggi ha parlato dell’identità del sacerdote come “uomo di frontiera”. Partendo dal contesto storico attuale, in particolare la drammatica situazione che si sta vivendo nel Venezuela, padre Gaetani ha affermato che il nostro è un tempo difficile per il prete. Questo per diversi motivi. Anzitutto, il popolo di Dio, a causa degli scandali in cui sono stati coinvolti tanti sacerdoti, ci guarda con sospetto. Le stesse persone che frequentano le nostre comunità spesso sono diffidenti. È come se il prete fosse considerato fuori dal mondo, lontano dalla vita della gente. Tanti giovani hanno abbandonato la vita ecclesiale. Per queste e altre motivazioni, ci sentiamo spaesati e disorientati, sia rispetto alla pastorale che alla morale, sia riguardo al nostro ruolo dentro la comunità cristiana che nel sentirci Chiesa. Proprio per questo, negli ultimi anni, abbiamo vissuto un Sinodo sulla sinodalitá, da recuperare e vivere come stile di vita. A partire da questa premessa, padre Luigi ha posto alcune domande: “Qual è il ruolo del presbitero, oggi, a partire dalla consapevolezza che è stato preso dal popolo per essere al servizio del popolo stesso? Qual è il rapporto con gli altri ministeri ecclesiali? Quale l’identità del presbitero per il nostro tempo?”.
Il brano biblico di riferimento è l’episodio dei discepoli di Emmaus, raccontato dal Vangelo di Luca, nel capitolo 24. Si parla di due uomini sufficientemente disillusi, i quali hanno deciso di intraprendere un viaggio senza ritorno, dopo aver mollato la loro comunità. E ciò avviene dopo la Pasqua del Signore. Questo evento non crea entusiasmo, ma addirittura collasso di ogni prospettiva. Questi discepoli avevano sperato in Gesù, avevano puntato su di lui. Avevano lasciato il loro ordinario e si erano imbarcati in una avventura che sembrava straordinaria. Invece sperimentano che quell’uomo è stato un fallimento. E allora… si ritorna a casa. La situazione dei discepoli è drammatica: hanno perso la speranza, si sono arresi… sono convinti che è inutile fare qualcosa. Entrare dentro l’animo di questi due discepoli può aiutarci a capire il nostro essere preti oggi. Quanto siamo capaci di custodire il fuoco e ravvivarlo, senza soffocarlo? Come possiamo affiancare i due discepoli di Emmaus? Le risposte non si possono dare se non ci si mette accanto. Ecco perché la vita del prete è inserita dentro un presbiterio. È importante prendere coscienza che stiamo dentro una comunità presbiterale, da costruire insieme al Vescovo. I due discepoli stanno parlando per dare un senso al loro fallimento. Proprio in questo momento si imbattono in uno sconosciuto. Chi adesso cammina con loro mentre stanno raccontando il loro fallimento, è uno sconosciuto. Spesso veniamo affiancati da persone che sembravano essere lontane e ci illuminano la mente e scaldano il cuore. A volte basta dire semplicemente: “Io ci sono”. Gesù non dice loro: “Sono risorto”. Avrebbe potuto togliere subito il loro dubbio. Eppure Gesù sta con loro una giornata intera. Qual è il senso di questo modo di fare? Chi ti vuole bene non ti sta vicino per poco tempo, ma ti fa tirare fuori tutto ciò che c’è nel tuo cuore. E per fare questo, c’è bisogno di tempo. Gesù aiuta ad andare fino in fondo. “Di cosa state parlando?”. Inizia da loro, dalle loro perplessità, delusioni, rabbia. Ci consegna il metodo dell’ascolto. Saper ascoltare. Questo è uno degli elementi essenziali dell’identità del prete. Anche colui che predica, deve saper ascoltare. La risposta dei discepoli alla domanda di Gesù è questa: “Sei tu l’unico straniero che non sa quello che è accaduto?”.
Molti pensano che i preti non abbiano idea dei problemi della gente. E allora: come ci apriamo a questi nostri fratelli? Cosa diciamo loro? Come ci confrontiamo con i loro sogni, le loro sofferenze..? Un prete che non sa piangere di dolore o di gioia non è un buon prete. Come osare una spazio che ci porti oltre? Il lavoro di un prete è come l’esperienza di un mistico. Come affermava San Giovanni della Croce: “Devi perdere Dio per Dio”. Un prete deve essere cosciente che, quando ha a che fare con una persona, entra in un territorio sconosciuto. Oggi più che mai. Come possiamo varcare questa frontiera? Come varcare la soglia di un territorio sconosciuto? Semplicemente restando accanto. Purtroppo le persone sentono che il nostro giudizio è pesante nei loro confronti. Gesù rimane accanto a loro. Il ministero più doloroso per un prete è quello di stare accanto a tutti, anche a chi si sente lontano dalla Chiesa. Dio vive come un esilio rispetto a noi. Il rischio è che Dio stia da una parte e le persone da un’altra. Non bisogna preoccuparsi tanto delle bestemmie, ma dell’esperienza dell’amarezza della vita delle persone. Il calice amaro della vita concreta è come il calice dell’Eucaristia. La vita di un prete, ogni giorno, fa bere un calice amaro. Questo significa varcare la soglia della vita delle persone. Stare semplicemente accanto a coloro che bevono il calice amaro della vita. Bisogna ascoltare ciò che non è opportuno ascoltare. Quando non si fa questo, il rischio è di essere degli ottimi amministratori o doganieri. Così non ci può essere una ragione per essere felici… Il prete deve essere un esploratore, non un sedentario. Un camminatore, non un doganiere. Ecco perché Gesù cammina con loro, parla con loro, conversa con loro. E Gesù parla con tutti. Emblematico è il brano biblico della Samaritana. Con chi dovremmo parlare noi oggi? Chi dovremmo incontrare oggi? Chi sono le persone che fuggono dalla Chiesa? Oggetto della nostra pastorale sono coloro che hanno deciso di esserci, oppure coloro che hanno deciso di non esserci? Gesù, lo sconosciuto, si unisce ai discepoli in una conversazione. E comincia a “spiegare loro le Scritture”. Dio si fa conoscere attraverso il dialogo che desidera intraprendere con noi. La pastorale, oggi, è quella della conversazione. La trasmissione della fede passa attraverso la conversazione. Gesù aveva toccato il cuore dei due discepoli, i quali si dicono l’uno l’altro: “Non ci ardeva il cuore nel petto, mentre ci spiegava le Scritture?”. È necessario imparare a vivere in più luoghi. Gesù è a Gerusalemme, è al centro della comunità, ma anche accanto ai discepoli. Dobbiamo imparare a stare in più luoghi. Non solo nei luoghi sacri, ma anche sulla strada. Stare dentro lo spazio delle relazioni umane. Gesù non distingue lo spazio sacro da quello profano. Tutto lo spazio abitato dalle persone è sacro. Vivere nella tensione con il cuore indiviso, capace di vivere il dolore. Così saremo più vicini al modo di vivere di Gesù.
Al termine della meditazione, c’è stata l’adorazione eucaristica. Il ritiro si è concluso con le comunicazioni da parte dell’Arcivescovo.
