Ritiro spirituale dei sacerdoti

Nella mattinata di oggi, giovedì 19 febbraio 2026, presso la parrocchia Maria Madre della Chiesa, Area Urbana Rossano Scalo, si è tenuto il ritiro spirituale dei sacerdoti.

Dopo la preghiera dell’Ora Terza, l’Arcivescovo, salutando tutti i presenti, ha evidenziato la bellezza di vivere il ritiro nel giorno dopo il Mercoledì delle Ceneri. Questo ci aiuta a iniziare il cammino di Quaresima, tempo di gioia e di Speranza, nel modo migliore.

La meditazione è stata tenuta da Padre Luigi Gaetani, che ormai consideriamo nostro amico. Anche lui ha detto che si sente a casa, ogni volta che si ritrova con l’Arcivescovo e con noi.

Tema della meditazione: “Non è facile essere preti”. I brani biblici di riferimento: Lc 10 e Gv 11 e 12, nei quali si parla della casa di Betania, abitata da Marta, Maria e Lazzaro, amici di Gesù. Generalmente, quando si pensa a questa famiglia, si tende a evidenziare la distanza tra le due sorelle, dimenticando Lazzaro. Eppure egli è anticipatore della risurrezione ti Gesù. Betania, quindi, è un luogo entro il quale si vive l’amicizia, l’accoglienza e la fraternità. Gesù in quella casa si sente a suo agio. Padre Luigi, collegando l’esperienza di Betania alla nostra vita, ha sottolineato che, per un presbitero, è importante stare dentro la famiglia presbiterale. Ovviamente, essere inserito in una famiglia, significa che non si può vivere l’anarchia. La casa di Betania può essere la nostra profezia nel mondo di oggi. La nostra unione sacerdotale, infatti, è importante viverla come amicizia, fraternità, comunione, in senso effettivo e affettivo. L’unione sacramentale è un dono, che tocca tutta la nostra umanità, in ogni dimensione, psichica e fisica. Non ci siamo scelti noi. È Gesù che ci ha scelto. E l’amicizia è come stare dentro un arcobaleno. Gesù vive questa amicizia perché Marta non è Maria e Maria non è Marta. Lazzaro offre il suo discreto silenzio. E Gesù li ama tutti e tre.

E allora, a partire da queste tre persone concrete, cosa dice a noi l’esperienza di Betania? A chi ci sentiamo più vicino in questo periodo della nostra vita?
Con Marta ci identifichiamo molto. Ci sentiamo un po’ troppo indaffarati. Lei organizza la casa, apre la porta a Gesù e si prodiga in tutti i modi possibili. Questo prodigarsi è positivo, perché la convivialità fa parte della nostra vita. Marta ci forma a essere animatori di comunità e fraternità. Con tante modalità. La nostra fraternità è varia, dal suo essere occasionale al suo essere strutturale. Fa sempre piacere entrare in una chiesa e trovare segni di attenzione e di tenerezza. Perciò il servizio di Marta è prezioso. Ma Gesù la richiama per la sua ansia, per le tante cose da fare. Infatti, si può accogliere con tante attenzioni, ma si può rischiare di lasciare solo l’amico. C’è sempre un confine tra l’esserci e lo stare. È importante prodigarsi, ma l’obiettivo deve essere quello di creare un momento di casa. Siamo chiamati, nelle nostre comunità, a organizzare la fraternità.

In Maria emerge una qualità essenzialmente relazionale, quella che Gesù chiama “la parte migliore”. Chiediamoci: come sono le nostre relazioni? Tra presbiteri, con il Vescovo, con i laici? Quali gesti, quali momenti di comunione ci siamo dati? Fin dall’antichità i presbiteri ha avuto bisogno di avere regole di vita. Non basta vivere fianco a fianco. Maria ci offre due suggerimenti: “Sedutasi ai piedi”. Nella relazione tra Gesù e Maria non c’è competizione, non c’è docenza, possesso, superiorità. Afferma San Paolo: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. È importante cominciare da una accoglienza non giudicante, che valorizza l’altro. Sentirsi stimato e stimare il fratello ha un valore altissimo. Maria dice che si deve cominciare da qui, dalla valorizzazione. Fare trasparire il bene dell’altro.

Il secondo suggerimento viene dal fatto che Maria “Ascoltava”. È Il verbo fondamentale di ogni relazione. Ascoltare in modo profondo. Quanto è bello farsi reciprocamente il dono della confessione, dell’accompagnamento spirituale, così come un ascolto feriale, al termine delle giornate, spesso faticose. Oggi c’è urgenza di preti che sappiano ascoltare profondamente i confratelli.

E poi c’è Lazzaro, la figura meno considerata, lasciata un po’ al margine. Lc 10 sembra che lo abbia nascosto, eclissato. In Gv 11 e 12, non proferisce parola. Nemmeno quando risorge. Egli è molto simile a San Giuseppe. Lazzaro, comunque, è commensale. È figura indimenticabile dello “stare”. Nel suo essere nascosto e silente Lazzaro richiama l’esperienza mistica della casa. Sta in disparte, messo a tacere e che forse si sente abbandonato. Perciò Lazzaro interpella il nostro senso di solitudine. Oggi si parla e si scrive tanto sulla solitudine del prete. In passato c’era un ambiente più “favorevole”, che in un certo senso proteggeva la figura del prete. Oggi il contesto è cambiato. Le chiese sono vuote e la stessa rilevanza sociale è venuta a mancare. Allora, cosa fare? È importante saper vivere la solitudine alla mensa dell’amico Gesù, altrimenti si rischia di trovare risposte non vere.

La fraternità può essere la soluzione migliore se viene integrata ai valori della propria vocazione. Snodo fondamentale della spiritualità oggi è vivere l’esperienza della solitudine come opportunità per abituarsi nel profondo. Se c’è questo, la fraternità diventa l’esperienza migliore per poter affrontare le tante sfide che vengono lanciate ai sacerdoti oggi. Abitare la propria solitudine aiuta a vivere meglio la comunione.

Ovviamente, la solitudine può diventare isolamento, che è una forma di “depressione” presbiterale. Isolarsi significa compiere una scelta di separazione. Vivere la solitudine in modo attivo significa vivere dentro un orizzonte di senso coerente con la propria vocazione. Ogni volta che decidiamo di esserci viviamo pienamente la fraternità, perché prima di tutto “sono io la fraternità”. Gesù dice a Lazzaro: “Vieni fuori”. Egli si sente liberato, rinnovato. Anche la nostra solitudine può essere liberata e liberante se la voce rassicurante di Gesù è costante nella nostra vita. Quindi, in conclusione, è bello imparare l’arte di stare soli, mentre viviamo in una fraternità.

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