
Non è stato un semplice rito formale, ma un richiamo profondo all’unità tra fede e professione. In occasione del precetto pasquale per le Forze dell’Ordine, il Vescovo Aloise ha tracciato una rotta spirituale che sfida la frammentazione del mondo moderno, ponendo al centro la figura del militare e dell’agente non solo come custode dell’ordine, ma come testimone di una verità integrale.
Partendo dal Vangelo del giorno — “Se uno osserva la mia parola non vedrà la morte in eterno” — il Vescovo ha messo in guardia contro la tentazione di vivere a “compartimenti stagni”. Spesso, infatti, la complessità del servizio operativo spinge verso un pragmatismo cinico che rischia di separare ciò che crediamo da ciò che facciamo.
”Gesù è chiaro,” è emerso durante la riflessione, “non si tratta di scegliere alcune parole, ma di accogliere tutta la sua Parola”. Per chi veste un’uniforme, questo significa rifiutare le mezze verità e i compromessi, portando i valori del Vangelo fin dentro le decisioni più difficili, dove la giustizia deve incontrare l’umanità.
Il punto centrale della celebrazione è stata la ridefinizione del concetto di potere. In un contesto dove l’autorità può facilmente scivolare nell’arroganza, il messaggio di Mons. Aloise è risuonato come un monito e una carezza: l’autorità è servizio, mai dominio. Custodire la dignità di ogni persona, anche nelle situazioni di estrema fragilità o di errore, è la vera prova della “forza” di un uomo o di una donna in divisa.
Un momento di particolare intensità è stato dedicato alla collaborazione tra i diversi Corpi. Pur provenendo da realtà differenti — Carabinieri, Polizia, Esercito, Guardia di Finanza — gli uomini e le donne presenti sono stati chiamati a riscoprirsi parte di un unico corpo sociale.
”Voi non lavorate per voi stessi, ma per la pace sociale. Farlo insieme è il segno che la Parola custodita produce unità e non divisione.”
La vera forza del militare, dunque, non risiede solo nell’addestramento tecnico o nel possesso di strumenti di difesa, ma nella rettitudine del cuore. Come Abramo, che si fidò senza vedere tutto chiaramente, anche chi serve lo Stato è chiamato a essere “sentinella” di una speranza che non muore, agendo con coscienza anche quando il contesto si fa oscuro.
Il precetto pasquale si è concluso con l’invito a non lasciarsi schiacciare dal cinismo che la strada a volte impone. La Pasqua per le Forze dell’Ordine diventa così l’occasione per rinnovare non solo un giuramento alla Repubblica, ma una promessa interiore: quella di rimanere umani, integri e fedeli, perché solo chi osserva la Parola nella sua interezza può davvero servire la vita.
