Nella luminosa mattinata di Natale, nella suggestiva cornice della Concattedrale di Cariati e del suo centro storico, si è svolta la tradizionale Messa dell’Aurora, presieduta dall’Arcivescovo, alla presenza delle autorità civili, dei fedeli e delle rappresentanze del territorio.
Un’atmosfera di raccoglimento e luce ha accompagnato la celebrazione eucaristica del Santo Natale, mentre le prime ore del giorno rischiaravano la città, rendendo visibile il significato profondo della liturgia dell’aurora: l’annuncio di una luce che nasce in silenzio e trasforma la storia.
Nel corso dell’omelia, l’Arcivescovo ha preso le mosse dalle parole: “Oggi la luce splenderà su di noi”, soffermandosi sul significato dell’aurora come immagine del modo in cui Dio entra nella vita dell’uomo. «Non è una luce accecante – ha spiegato – ma una luce discreta, paziente, fedele. È così che Dio sceglie di agire: non imponendosi, ma offrendosi; non dominando, ma facendosi vicino».
Richiamando il tempo liturgico e spirituale che la Chiesa sta vivendo, l’Arcivescovo ha collegato il Natale alla prossima conclusione dell’Anno Santo della Speranza, sottolineando come la speranza cristiana non sia ottimismo ingenuo, ma fiducia tenace, capace di attraversare le difficoltà della storia. Davanti al Bambino di Betlemme – ha ricordato – la speranza assume un volto concreto: quello di Gesù che viene incontro all’umanità.
Commentando il profeta Isaia, l’Arcivescovo ha evidenziato l’attualità di una promessa che parla a un mondo segnato da solitudini, paure, guerre e divisioni: Dio non abbandona il suo popolo, continua a cercarlo e a chiamarlo “prezioso”. In questo orizzonte si inserisce la figura di Maria, indicata come dimora silenziosa del Verbo, esempio di accoglienza, custodia e ascolto profondo.
Il Vangelo dei pastori ha offerto un ulteriore spunto: uomini semplici e marginali, abituati alla notte, sono i primi a vedere l’aurora della salvezza. «La speranza vera – ha affermato l’Arcivescovo – genera movimento: chi incontra Cristo non resta fermo». I pastori vanno “senza indugio”, vedono, lodano e raccontano; Maria, invece, custodisce e medita. Due atteggiamenti diversi ma complementari, entrambi necessari nella vita della Chiesa.
Rifacendosi alla lettera di san Paolo a Tito, l’Arcivescovo ha ricordato che la salvezza è dono di misericordia e grazia, non frutto delle sole opere umane. Proprio per questo, però, diventa responsabilità: i cristiani sono chiamati a essere lievito di pace e di speranza nel mondo, attraverso gesti quotidiani di fedeltà, mitezza, accoglienza e misericordia.
«Il Principe della pace nasce povero e fragile – ha concluso – e ci insegna che la pace non si costruisce con la forza, ma con la fiducia». Al termine dell’omelia, l’invito rivolto a tutti è stato quello di portare nella vita la luce ricevuta, perché ciò che si celebra diventi testimonianza concreta.
La celebrazione si è conclusa con l’augurio dell’Arcivescovo a tutta la comunità: “Oggi la luce splende su di noi. Facciamola passare. Buon Natale”.

