Processione dell’Achiropita, l’Arcivescovo Maurizio alla città: «A ciascuno il suo tratto di muro»

Si è conclusa ieri sera, 15 agosto 2026, con la processione per le vie del centro storico di Rossano, la solenne celebrazione in onore della Madonna Achiropita. Al termine della Messa Pontificale, l’immagine della Vergine ha attraversato le strade della città, accompagnata dalla preghiera e dalla partecipazione di numerosi fedeli, delle autorità civili e militari e del Capitolo Cattedrale, in un momento particolarmente significativo per la comunità rossanese.

Al termine della processione, l’Arcivescovo Maurizio ha rivolto alla città il tradizionale messaggio, proponendo una riflessione sul presente della comunità e sulle responsabilità che ciascuno è chiamato ad assumere per costruire il futuro.

Al centro dell’intervento dell’Arcivescovo il richiamo alla corresponsabilità, alla necessità di uno sguardo rinnovato sull’uomo e sulla città e alla scelta di costruire insieme, nella consapevolezza che «ciascuno ha il proprio tratto di muro».

«Fratelli e sorelle, stimate autorità civili, militari, religiose, questa sera abbiamo accompagnato l’Achiropita per le strade della nostra città. Ma una processione non finisce quando l’immagine della Madonna rientra in chiesa. Se Maria ha attraversato le nostre strade, ora tocca a noi lasciarci interrogare da ciò che ha incontrato.

Non possiamo venerare l’Achiropita e rimanere indifferenti davanti alle ferite della nostra città: il lavoro che manca, i giovani costretti ad andare via, il lavoro quando c’è è minacciato dall’estorsione, le famiglie fragili, gli anziani soli, le disuguaglianze, la fatica di generare futuro, l’illegalità e quel malaffare delle mafie che, quando diventa cultura, finisce per sedurre le coscienze.
Maria ci insegna che quando Dio entra davvero nella vita, cambia lo sguardo e cambiano le priorità. Leone XIV ci insegna a guardare l’umanità con uno sguardo di fede, una provocazione ci dice: “magnifica umanità”.

Guardando il nostro tempo, forse noi risponderemmo il contrario. Come possiamo parlare di una magnifica umanità davanti alle guerre, alle ingiustizie, alle divisioni, alla solitudine, alla povertà, alla distanza sempre più grande tra chi ha molto e chi ha poco o nulla? Anche la nostra comunità conosce fratture e contrapposizioni che ci fanno pensare, a volte, che sia difficile ricominciare.
Eppure il Papa ci dice: magnifica umanità. Non è uno sguardo ingenuo sulla realtà. È uno sguardo di fede. È la scelta di non considerare l’umanità perduta, perché l’uomo, anche quando è ferito, rimane creatura amata da Dio.

E il Papa ci consegna due immagini bibliche. La prima è Babele: l’uomo che pensa di poter costruire tutto da solo, di poter arrivare fino al cielo con la propria potenza, senza Dio e senza gli altri. È la cultura della potenza, dell’autosufficienza, del “basto a me stesso”. Ma una società può diventare potentissima e, nello stesso tempo, profondamente disumana.
L’altra immagine è quella di Neemia. Gerusalemme è distrutta, le mura sono crollate. E la città viene ricostruita perché ciascuno assume la propria parte. A ciascuno il suo tratto di muro.
È questa la strada che Papa Leone ci indica: non l’uomo che costruisce da solo, ma un’umanità che costruisce insieme e con Dio; non la logica della potenza, ma quella della RESPONSABILITÀ CONDIVISA.

E questa parola, CORRESPONSABILITÀ riguarda anche la nostra città. Chi ha responsabilità politica e amministrativa ha il proprio tratto di muro. Chi lavora, chi fa impresa, chi educa, chi vive nella scuola, nella Chiesa, nelle associazioni, nelle famiglie: ciascuno ha il proprio tratto di muro.
Nessuno può costruire tutto. Ma nessuno può dire: “Non tocca a me.” È qui che la fede diventa responsabilità per la città. Abbiamo bisogno di una politica e di istituzioni al servizio delle persone, di una società che contrasti le disuguaglianze e offra ai giovani ragioni per restare, di una comunità che non si arrenda all’illegalità e al compromesso.

Ma abbiamo bisogno anche di una conversione dello sguardo: smettere di vedere nell’altro un avversario, un problema, qualcuno da cui difendersi, e tornare a riconoscere nell’altro una possibilità di bene.

La città non si salva da sola e non viene salvata da qualcuno. La città si ricostruisce quando ciascuno assume la propria responsabilità.

Per questo, al termine di questa processione, la domanda che vorrei lasciare a tutti — e anzitutto a me stesso — è semplice: Qual è il mio tratto di muro? Quale parte di questa città mi è affidata?

Perché possiamo continuare a lamentare ciò che non funziona, oppure possiamo decidere di ricostruire. Possiamo essere architetti di Babele, convinti che la potenza, il protagonismo e l’interesse individuale siano sufficienti. Oppure possiamo diventare costruttori di comunione, riconoscendo che il futuro nasce dal contributo di tutti, dalla civiltà dell’amore.

Questa è, in fondo, la provocazione di Papa Leone XIV: tornare a credere nell’umanità.
E forse questa sera, davanti all’Achiropita, è proprio questo che dobbiamo chiedere: non soltanto che Maria protegga la nostra città, ma che ci insegni ad amarla abbastanza da prendercene cura. Perché il Signore ci doni uno sguardo capace di vedere, anche dentro le ferite del nostro tempo, una magnifica umanità. E perché noi possiamo avere il coraggio di costruirla.

A ciascuno il suo tratto di muro.
Tutti insieme, per una città che vogliamo costruire.
Maria Achiropita, cammina ancora con noi.
Auguri».

condividi su