L’addio a Gregorio Chalupka vittima del rogo di Boscarello, e l’appello del Vescovo contro indifferenza e sfruttamento.

«Non uno straniero, ma un fratello»

L’addio a Gregorio Chalupka vittima del rogo di Boscarello, e l’appello del Vescovo contro indifferenza e sfruttamento.

Si sono svolti ieri 19 luglio 2026, i funerali di Grzegorz (Gregorio) Chalupka, deceduto in seguito alle gravissime ustioni riportate nel tragico incendio divampato nell’insediamento di Boscarello.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica il Vescovo ha affidato Gregorio «alla misericordia del Padre», ricordando che «la Chiesa oggi non si raduna anzitutto intorno alla morte: si raduna intorno a Cristo Redentore morto e risorto, l’unico che ha vinto la morte e ha aperto per ogni uomo la strada della vita eterna».

Nel suo saluto iniziale ha espresso gratitudine ai compagni di vita e di lavoro di Gregorio, presenti alla celebrazione, alle istituzioni, all’amministrazione comunale, ai Vigili del Fuoco, alle Forze dell’Ordine, primi soccorritori la sera dell’incendio, al personale del Centro Grandi Ustioni dell’Ospedale Perrino di Brindisi, alla Caritas diocesana, alla comunità parrocchiale di Schiavonea, ai volontari della mensa e del Banco alimentare del centro di ascolto e a quanti, in questi anni, hanno condiviso il cammino di Gregorio.

L’omelia si è trasformata in una profonda riflessione sul significato della tragedia di Boscarello, letta alla luce del Vangelo e della dignità inviolabile di ogni persona.

«Boscarello è un campo», ha affermato il Vescovo richiamando la parabola evangelica del grano e della zizzania. «Un campo dove abbiamo visto crescere tanta solidarietà, tanta generosità silenziosa. Ma nello stesso campo è cresciuta anche la zizzania. La zizzania dell’indifferenza. La zizzania dello sfruttamento. La zizzania del caporalato, che continua a trattare gli uomini come strumenti e non come persone».

Accanto alla denuncia delle condizioni di emarginazione, il Vescovo ha scelto di raccontare il volto umano di Gregorio attraverso le testimonianze dei volontari della Carita. «Gregorio era buon grano», ha detto.

«Quando arrivavano con il cibo, Gregorio non pensava per primo a sé. Diceva: “Lasciatelo davanti alla baracca di chi non è ancora tornato dal lavoro”. Quando portavano le medicine, le consegnavano a lui. Si fidavano. Perché sapevano che avrebbe pensato agli altri. Era diventato il punto di riferimento del campo».

Un ricordo che restituisce il profilo di un uomo capace di prendersi cura degli altri pur vivendo lui stesso in una condizione di estrema povertà.

«Un uomo che il mondo avrebbe definito uno scarto era diventato il punto di riferimento per tanti. Questo è il Vangelo. Il Vangelo prende quelli che il mondo mette all’ultimo posto e li rende maestri di umanità», ha aggiunto. «Questo è il paradosso del Vangelo. I poveri non sono soltanto persone da aiutare. Sono persone che ci evangelizzano. Che ci insegnano a essere umani».

Richiamando l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, il Vescovo ha ribadito che «la dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre», ricordando che Gregorio «non valeva meno perché era povero. Non valeva meno perché viveva in una baracca. Non valeva meno perché era emigrato dalla sua terra. Agli occhi di Dio la sua dignità era intatta».

Forte anche il richiamo alla responsabilità collettiva davanti a quanto accaduto.

«La verità è che questa tragedia non può essere liquidata come una fatalità. La verità è che il caporalato continua a essere una moderna schiavitù. La verità è che troppe persone vivono nell’invisibilità. La verità è che questa morte rappresenta una sconfitta per tutti. Per le istituzioni. Per l’economia. Per la società. Lasciatemelo dire anche per la nostra Chiesa e per noi cristiani, ogni volta che ci abituiamo a passare accanto al dolore senza lasciarcene ferire».

Il Vescovo ha quindi ricordato come il Vangelo non conosca stranieri ma soltanto fratelli: «Gregorio non era “uno straniero”. Era un fratello», sottolineando «come il Vangelo non domanda prima da quale Paese vieni; domanda quale ferita porti nel cuore», che davanti all’altare «non ci sono italiani, polacchi, africani o romeni: c’è un’unica famiglia di figli chiamati dallo stesso Padre».

Nella parte conclusiva dell’omelia ha invitato la comunità a non identificare Gregorio soltanto con la tragedia che ne ha causato la morte.

«Che Gregorio non venga ricordato soltanto come la vittima di un incendio. Sarebbe troppo poco. Ricordiamolo come un uomo che, pur non avendo quasi nulla, sapeva condividere. Come un povero che ci ha insegnato la fraternità. Come un uomo che custodiva gli altri mentre lui stesso aveva bisogno di essere custodito».

Infine, rivolgendosi direttamente al defunto, il Vescovo ha ricordato il desiderio che Gregorio confidava ai volontari: quello di tornare nella sua terra. Un sogno che oggi, ha detto, trova compimento nella casa del Padre.

«Caro Gregorio, tu sognavi una casa nella tua Nazione. Il Signore oggi ti apre la casa che nessuno potrà più toglierti. Là non ci sono baracche, né fuoco, né sfruttamento. C’è il Padre che ti viene incontro, ti chiama per nome e ti dice: “Benvenuto a casa”».

La celebrazione si è conclusa con l’affidamento di Gregorio alla misericordia di Dio e con un forte appello alla comunità civile ed ecclesiale affinché tragedie come quella di Boscarello diventino occasione di conversione, di giustizia e di autentica fraternità. «Abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo». (Papa Leone).

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