Dalle pergamene agli algoritmi il monito dell’Arcivescovo Aloise: «La scrittura resti il segno della nostra umanità»

«La scrittura continua ad essere il segno più autentico della nostra umanità». Con queste parole dense di significato, l’Arcivescovo della Diocesi di Rossano-Cariati, Monsignor Maurizio Aloise, ha portato il saluto alla seconda sessione delle Giornate del Patir, intitolata “Scriptoria: dalle pergamene agli algoritmi”. Davanti a una platea gremita di autorità civili e militari illustri accademici, studenti e ospiti, il Presule ha tracciato un ponte ideale e spirituale tra l’antica sapienza dei monaci amanuensi e le sfide etiche poste dalla modernità tecnologica.

Nel suo discorso, Monsignor Aloise nel ricordare le origini di Bartolomeo da Simeri, fondatore dell’Abbazia del Patirion, condividendo con lui lo stesso golfo di Squillace , ha ricordato che proprio al Patire, luogo sacro e suggestivo, Bartolomeo edificò un tempio a tre navate e un monastero che non fu solo un centro di fede e preghiera, ma una vera e propria «officina viva di sapere, di studio, di musica e di trasmissione della conoscenza».

Grazie all’istituzione del celebre scriptorium, i monaci trassero in salvo e tramandarono preziose testimonianze della cultura greca e latina. Un patrimonio immenso, oggi disperso nelle più grandi biblioteche europee, con più di trenta codici custoditi nella sola

Biblioteca Vaticana. Un’opera di salvaguardia, quella dei monaci, grazie alla quale sono state salvate e tramandate le radici della cultura occidentale.

L’opera di Bartolomeo, capace di difendere l’autonomia del monastero davanti al Pontefice, di tessere rapporti con l’imperatore a Costantinopoli e l’opera di rinnovamento sul Monte Athos (dove ancora oggi il monastero “del Calabrese” ne testimonia il passaggio), dimostra come «il sapere autentico sappia unire mondi, costruire ponti, generare civiltà e pace».

Il tema di questa edizione, “Dalle pergamene agli algoritmi”, traccia un arco temporale immenso. Il passaggio dalle mani dei monaci, che intingevano l’inchiostro sulla pergamena, ai codici binari che governano gli algoritmi, non deve essere interpretato come una frattura, bensì come una linea di continuità: l’eterna ed intrinseca esigenza dell’uomo di lasciare una traccia di sé.

In un’epoca in cui la conoscenza sembra a portata di click e i computer organizzano informazioni, accelerano connessioni e orientano scelte, sorge però una necessità impellente: custodire l’anima della parola. La scrittura non è una mera tecnica, ma forma del pensiero, ricerca di senso e custodia della memoria. Il rischio odierno, infatti, è che la parola si smarrisca nell’anonimato della velocità e dell’incomunicabilità.

In conclusione, augurando buon lavoro per l’edizione 2026 delle Giornate del Patirion, l’Arcivescovo ha ricordato che la parola — sia essa scritta, cantata, immaginata o recitata — è lo strumento con cui l’uomo rende visibile ciò che porta dentro, l’unica vera forza capace di farci riconoscere come una comunità unita.

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