
Rossano, 02 Aprile 2026.
Nessuno è escluso: la lavanda dei piedi nel carcere di Rossano. Nella mattinata odierna, presso la Casa di Reclusione di Rossano, si è svolta la solenne celebrazione della Messa in Cena Domini, momento centrale della Settimana Santa, alla presenza del Direttore dell’istituto, dei Comandanti della Polizia Penitenziaria, degli agenti e della comunità dei detenuti.
La celebrazione, presieduta dall’Arcivescovo, ha rappresentato un intenso momento di raccoglimento spirituale e di profonda condivisione umana all’interno dell’istituto penitenziario, richiamando il significato autentico del servizio, dell’umiltà e della speranza.
Particolarmente significativa è stata la partecipazione di dodici detenuti al rito della lavanda dei piedi, gesto altamente simbolico che richiama quello compiuto da Gesù durante l’Ultima Cena. Un segno concreto di dignità, accoglienza e fraternità, che ha coinvolto l’intera assemblea in un clima di forte partecipazione emotiva.
Nel corso dell’omelia, l’Arcivescovo ha invitato i presenti a entrare nel cuore del mistero cristiano, sottolineando come la celebrazione non sia semplice memoria del passato, ma esperienza viva che si realizza “qui e ora”, anche dentro le mura di un carcere.
Richiamando la notte della Pasqua ebraica come tempo di liberazione, ha evidenziato come Dio continui a vedere e a voler liberare ogni forma di schiavitù, anche quella interiore. Ha poi ricordato che l’Eucaristia nasce nella notte del tradimento, segno di un amore che si dona anche nei momenti più difficili.
Soffermandosi sul gesto della lavanda dei piedi, l’Arcivescovo ha sottolineato come esso rappresenti un messaggio potente: nessuno è escluso dall’amore di Dio. Un amore che non è riservato ai perfetti, ma offerto a tutti, specialmente a chi porta il peso degli errori e delle fragilità.
Un passaggio particolarmente toccante dell’omelia ha riguardato il valore della dignità umana: “La tua vita non è finita, non è definita solo da ciò che è stato. Dio non si ferma al passato, ma guarda sempre a ciò che puoi diventare”. Parole che hanno risuonato con forza nel contesto della realtà carceraria.
L’Arcivescovo ha inoltre ricordato come, davanti a Dio, non esistano differenze di ruolo: detenuti, agenti, comandanti e direttore vescovo sono tutti ugualmente destinatari di un amore che restituisce dignità e apre alla possibilità di ricominciare.
La celebrazione si è conclusa con un invito a tradurre questo amore ricevuto in gesti concreti di rispetto, pazienza e umanità, anche nelle condizioni difficili della vita quotidiana, sottolineando che esiste una libertà interiore che nessuna barriera fisica può imprigionare.
Un momento di grande intensità spirituale che ha saputo unire istituzione e persone, offrendo un segno tangibile di speranza e di rinnovamento nel cammino verso la Pasqua.

