La dinamica pasquale nel racconto dei discepoli di Emmaus: paradigma teologico dell’evangelizzazione e della catechesi
Sullo sfondo il brano evangelico dei discepoli di Emmaus che troviamo in Luca (24, 13-35).
A partire da questo particolare racconto, don Francesco Vanotti, presbitero della diocesi di Como e, tra le altre cose, direttore dell’Ufficio Catechistico della Regione Lombardia e membro di quello nazionale CEI, nella lectio guidata ha voluto tratteggiare la dinamica pasquale e il paradigma
teologico dell’evangelizzazione e della catechesi, mettendo in luce sia l’aspetto biblico che quello teologico, ma anche pastorale.
Punto di partenza della sua meditazione guidata è stata la dimensione della crisi. Infatti, è questo il filo rosso che lega tutto il racconto evangelico ed è da questa particolare prospettiva che si sviluppa
il discorso sull’evangelizzazione e sulla catechesi vedendo in Gesù il catecheta per eccellenza e nei
discepoli tutti coloro che sono chiamati ad essere protagonisti attivi dell’annuncio cristiano.
Anzitutto, c’è un movimento geografico, quello che va da Gerusalemme ad un villaggio poco distante. In questo particolare movimento si denota una certa distanza interiore che si è creata a causa della delusione per la morte di Gesù. Quel sentimento provoca nei discepoli un reale allontanamento e una certa inquietudine.
Da questa realtà nasce una ferita. Dunque, la fede di quelle persone che tornavano indietro era una vera e propria fede sconfitta che viene espressa in quella frase «noi speravamo che fosse lui».
Sono la ferita e la delusione – ed è il terzo aspetto che connota il brano lucano – a generare un dialogo tra quei discepoli e Gesù. Si tratta di partire dall’ascolto di vite segnate dalla sofferenza, dal dolore, dalla delusione. La catechesi trova il suo punto di partenza nella capacità di mettersi in ascolto. Gesù, infatti, si avvicina, cammina insieme e ascolta le loro storie ponendo poi delle
domande. Si deduce che evangelizzare, ovvero annunciare il Vangelo, e catechizzare, cioè educare ad una fede matura, è fondamentalmente accompagnare e mettersi in ascolto degli interrogativi umani. Non solo, ma nell’azione evangelizzatrice e in quella catechetica si esprime l’iniziativa di Dio, infatti è Gesù che si fa accanto, si accosta a loro durante il viaggio.
Ad una domanda di senso che parte da una sconfitta umana segue un percorso di fede, e non il contrario. Il punto di partenza di ogni azione evangelizzatrice e catechetica è sempre l’interrogativo dell’uomo. Il passaggio «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro» mette in luce la grazia preveniente di Dio che esprime la pedagogia della gradualità e della discrezione.
I discepoli di Emmaus in quel cammino che stavano percorrendo restano prigionieri di una memoria che non va oltre, di un passato che li imprigiona, di una fede che non conosce uno sguardo in avanti. È in questa tensione interiore che si realizza un’ermeneutica cristologica: Gesù aiuta a rileggere tutto l’evento della sua passione e della sua morte nell’ottica delle Scritture («Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»); in questo modo offre una chiave di lettura in continuità con il progetto di Dio (funzione ermeneutica); da questi due passaggi cambia il sentimento dei discepoli, si riaccende una luce dentro di loro, si illuminano i loro occhi e la loro mente: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi?». In tal modo si realizza quella relazione inscindibile per la catechesi e per l’annuncio tra fede e vita.
Il modo di avvicinarsi di Gesù e di spiegare i suoi eventi alla luce del progetto di Dio non costringono i discepoli a credere ma li accompagna proprio nella logica dell’ascolto. Secondo questa logica, annunciare il Vangelo ed educare alla fede con la catechesi Dio non si impone, ma si propone. Qui entra in gioco la libertà di coscienza dell’uomo e del credente. Don Francesco, infatti, ha sottolineato che «Dio non si impone, ma attende una risposta libera. La fede nasce dall’invito dei discepoli: “Resta con noi”. L’incontro con il Risorto si configura come relazione tra due libertà. La pedagogia divina genera senza possedere e rispetta la dignità del soggetto credente».
Un ulteriore passaggio che ha evidenziato il relatore mette in evidenza una logica conseguenza: la dimensione sacramentale. Dopo che Gesù ha spiegato ai discepoli le Scritture, il testo evangelico ci dice che «sparì alla loro vista»; una “nuova” presenza del Risorto si esprime nella frazione del pane che avviene tra gli Undici a Gerusalemme, atto sacramentale, fatto soprattutto del segno eucaristico.
Dunque, Parola e frazione eucaristica esprimono i segni sacramentali della Chiesa e devono essere alla base di ogni annuncio e di ogni catechesi, o meglio devono orientare verso la comprensione delle Scritture e al desiderio dell’Eucarestia comunitaria.
Nel cammino dei discepoli di Emmaus, che inizialmente era un tornare indietro, ora avviene un cambiamento e riorientano i loro passi verso la città che stavano lasciando alle loro spalle facendo ritorno a Gerusalemme e raccontando quanto vissuto lungo la via. È qui che avviene una edificazione ecclesiale. Da una fede personale ad una fede comunitaria. L’esperienza di fede viene condivisa. Il kerigma si incontra con la vita. Ed è così che si realizzano l’evangelizzazione e la catechesi che non si fermano mai sulla sfera personale, ma ecclesiale perché generano la comunione, quindi la comunità. Annunciare il Vangelo e catechizzare è creare lo spirito di comunità, educare alla comunità, percepirsi all’interno di una comunità, per cui, ha concluso don Francesco, «l’evangelizzazione non è trasmissione di contenuti, ma accompagnamento di un processo di trasformazione personale».







