Giornata dei martiri missionari

Il coraggio di fare del mondo un posto migliore.
Per ricordare la giornata dei Missionari Martiri, celebrata annualmente il 24 marzo a ricordo dell’assassinio di Mons. Oscar Romero in El Salvador, le commissioni missionarie calabresi hanno organizzato una mattinata di riflessione e preghiera sul tema: “Per una speranza disarmata! – Il coraggio di rendere il mondo un posto migliore”.
Appoggiata e sostenuta da tutti i vescovi calabresi la giornata si è svolta sabato 21 marzo a Lamezia Terme presso il complesso interparrocchiale “San Benedetto”. La preghiera iniziale ha invitato i presenti a volgere lo sguardo alla croce che ancora oggi fiorisce grazie al dono della vita dei missionari martiri che, ogni anno, fecondano, con il loro sangue, la terra che abitiamo. Sono 17 quelli uccisi lo scorso anno nei 5 continenti: guardando a loro ci sentiamo ancora più impegnati a disarmare il nostro cuore e la nostra speranza.
Dopo i saluti iniziali del Vescovo di Lamezia Mons. Serafino Parisi e dal presidente della Commissione Missionaria Mons. Maurizio Aloise la mattinata si è aperta con la lectio biblica missionaria, offerta da Mons. Giuseppe Alberti Vescovo di Oppido Mamertina Palmi, sul brano degli Atti degli Apostoli che riportano il discorso di Pietro nella casa di Cornelio, At. 10, 34-48.
“Lo Spirito soffia dove vuole, lo Spirito apre sempre, non chiude mai!” ha esordito il prelato, invitando i presenti a una triplice conversione, anzitutto antropologica: perché la missione cristiana si fondamenta sul terreno comune dell’umano, secondo il principio dell’incarnazione, ed è sempre un dare e ricevere, senza atteggiamenti di superiorità, senza violenza e senza eroismi. “Anch’io sono un uomo”, dice Pietro, alzando il centurione Cornelio che si era gettato ai suoi piedi.
Poi una conversione teologica: credere è sempre convertirsi. Dio è sempre più di noi e ci chiede di aprirci a un modo sempre nuovo di fare esperienza di Lui. Non ci vuole bloccati nei nostri pregiudizi, nelle nostre convinzioni ma “capaci” di Lui, della sua novità. Per questo come missionari siamo chiamati a cercarlo nella preghiera e a ritrovarlo nella vita.
E infine una conversione ecclesiale, eredi come siamo di un pontificato, quello di Francesco, che ci ha fatti uscire dalle sacrestie per incontrare la gente nelle case, nelle strade, costruttori di ponti verso quel Dio, che ci precede sempre perché è entrato nella storia per farsi incontrare in ogni persona, sul nostro cammino di missionari itineranti.
Mons. Alberti ha saputo arricchire la sua riflessione, intrecciando le tre conversioni proposte, con i fili della sua esperienza di missionario Fidei Donum in Ecuador, invitando i presenti a vivere sempre in stato di missione perché è la missione che fa vivere la Chiesa. È questa la sua vocazione: portare il Vangelo a tutti, senza esclusioni.
Alla riflessione si è aggiunto il racconto vivo e drammatico del dott. Pietro Bartolo, medico a Lampedusa. Testimone unico e singolare della vita vissuta come missione a servizio dell’altro, dei suoi e nostri fratelli migranti, ha raccontato con passione e partecipazione la sua esperienza di pescatore divenuto medico ostetrico, che a Lampedusa, ha dovuto, migliaia di volte, cambiare la sua professione di medico a servizio della vita in dottore chiamato a certificare la morte di altrettante migliaia di persone approdate nell’isola nella quale è nato, diventando un punto di riferimento umano e professionale nelle emergenze del Mediterraneo.
Sono tante le vite perdute ma, nelle sue mani, sono tante anche le vite che hanno ripreso a respirare, a vivere, a ripartire come uomini e donne degni di umanità, di vita e di futuro. Attraverso il suo lavoro quotidiano, svolto con competenza e profonda umanità, è stato autentico testimone di come l’accoglienza possa tradursi in responsabilità condivisa e rispetto della dignità di ogni persona. La sua esperienza racconta una Lampedusa capace di farsi ponte e non confine, generando speranza anche nelle situazioni più drammatiche.
Il suo messaggio oggi ha corretto lo slogan di Vittorio Arrigoni, attivista a Gaza, “Restiamo umani” perché agli occhi, spesso colmi di lacrime, del dott. Pietro, l’umanità è sembrata venir meno, soffocata da stereotipi e pregiudizi in tema di migrazioni. Il suo messaggio oggi invece è un invito a “Ritornare umani” solo così si potrà fare del mondo un posto migliore.

condividi su