Dopo la preghiera dell’Ora Terza, l’Arcivescovo ha salutato tutti i presenti e ha espresso la solidarietà di tutta la Diocesi alle famiglie che hanno subito danni a causa delle esondazioni del Crati e del Trionto. Salutando padre Luigi Gaetani, anche oggi con noi, ha evidenziato come San Giuseppe è un grande modello della nostra vita presbiterale.
E la meditazione di padre Luigi si è concentrata proprio su San Giuseppe, tenendo presenti due poli: la bellezza della vita e della vocazione del Custode e Protettore della Chiesa e la bellezza della vita del sacerdote, inserita dentro un presbiterio.
Partendo da un bellissimo testo di don Tonino Bello, padre Gaetani ci ha aiutato a comprendere come un presbitero può vivere nell’orizzonte di senso che ha caratterizzato l’esistenza di San Giuseppe.
Don Tonino Bello, il quale entra nella bottega di San Giuseppe per scambiare quattro chiacchiere con lui, osserva alcune caratteristiche molto importanti. Anzitutto, ognuno può entrare in quella bottega, dove si vive la dimensione dell’ascolto e della ricerca dell’essenziale. Inoltre, San Giuseppe, uomo del silenzio, parla più con i gesti che con le parole. Ma ciò che più viene messo in risalto è la relazione bellissima tra l’opera di un artigiano e il tempo. Infatti, nella bottega di un artigiano, si addomesticava il tempo, comprimendolo nell’opera realizzata. Il tempo stava dentro l’opera. Era come imprigionato nella materia. La vita dell’artigiano, quindi, era dentro l’oggetto. Perciò era un’opera viva. Giuseppe è colui che ci insegna l’arte di mettere al mondo opere uniche.
Ma, a questo incanto, capace di mettere dentro un oggetto il tempo, si contrappone il modo di fare di oggi, che ha eliminato le botteghe degli artigiani. Oggi si produce solo l’archetipo. Poi si acquista tutto in serie.
Basta pensare alla storia delle statue che rispecchiano la vita e l’identità di un popolo. Esse erano realizzate dagli artigiani con lo stile proprio della bottega di Giuseppe, per cui erano pezzi unici, irripetibili. Le cose prodotte in serie, come avviene oggi, sono aride. L’animía del tempo di oggi, rende gelide le nostre opere. Don Tonino osserva anche che, sul retro della bottega di Giuseppe, c’è Maria, che sta cucendo una tunica per quando Gesù sarà grande. Il fragile tempo che Maria ha impiegato per cucire quella tunica, ha fatto sentire a Gesù la carezza della madre, soprattutto durante la passione. Possiamo affermare che la distruzione del tempo è il sacrilegio più grave della nostra società. Afferma don Tonino nel suo dialogo con San Giuseppe: “Abbiamo creduto che per fare un tavolo ci vuole un legno, quando invece, per fare un tavolo, ci vuole un fiore”. Il tempo di oggi dice che non vale la pena riparare nulla. Svuotiamo i nostri guardaroba e, donando tutto alla Caritas, pensiamo di aver aiutato i poveri. Per questo, lo sguardo di San Giuseppe si carica di disgusto e dice: “Mi fate pena”. Quando non c’è più tempo per una carezza, tutto si consuma, si concupisce.
Nella seconda parte della meditazione, padre Luigi è partito con una domanda: questa storia come interpella noi sacerdoti, oggi?
Forse dovremmo anche noi fermarci nella bottega di Giuseppe e scambiare quattro chiacchiere con lui. Scopriremmo che è importante anzitutto recuperare la cultura dell’incontro con la gente, della narrazione e della relazione. Le nostre comunità hanno la forma di una bottega, oppure si sono trasformate in agenzie di servizi, dove la gente non ci consegna più nemmeno le sue confidenze? Quanto il nostro popolo ha la possibilità di essere in relazione con me, presbitero e pastore della comunità? Quante persone fanno direzione spirituale? E quanto tempo garantiamo per l’ascolto? È necessario dedicare il tempo sufficiente, perché la direzione spirituale è una opera artigianale. Verso chi ci sta aprendo il suo santuario bisogna dedicare tutto il tempo necessario. Come trascorriamo il nostro tempo? Siamo coscienti che un’opera unica si costruisce lentamente?
Uomo sulla frontiera del trascendente, il presbitero non può pensare di conoscere tutto di Dio. Di fronte al trascendente deve fermarsi, perché non è possibile conoscere tutto di Dio. La vita del prete non è segnata dalla esaustività o dalla teologia corretta, ma dalla capacità di abbandonarsi al mistero celebrato. Giuseppe non è preoccupato di rispondere, perché è aperto al trascendente. Quanta fiducia ha maturato… Giuseppe non pone questioni, ma obbedisce. Si alza e fa quello che gli ha detto l’angelo.
Si stupisce, insieme a Maria, delle cose che si dicono di Gesù. Il suo è un silenzio operoso e contemplativo. Ha solo servito, senza troppo rumore. Ha una attitudine contemplativa della vita. Ecco perché i mistici hanno saputo cogliere il vero animo di San Giuseppe.
Come Giuseppe, un sacerdote è chiamato a parlare più con i gesti che con le parole. Egli è un uomo che è stato vinto, sedotto da Dio. Il suo è un agire che ha come obiettivo ciò che afferma San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Egli è configurato a Cristo, come servo. Celebrando il mistero, deve creare un varco per entrare dentro il mistero insieme al popolo a lui affidato. In tal modo, il presbitero diventa segno della vita oltre la morte. Nel tempo fa intravedere l’eternità. Perciò, tutto ciò che il presbitero fa è pieno della sua vita. Quando si dedica il proprio tempo a una persona che ha bisogno di essere ascoltata quello è tempo pieno, così come tutto ciò che il presbitero fa è una opera unica. L’azione pastorale del presbitero è capace di generare una fisionomia irripetibile. Ma quanto tempo dedichiamo agli altri? È necessario prendere coscienza che ogni persona segue la strada di Dio in modo irripetibile. E noi conosciamo le strade di Dio? Quante nostre comunità somigliano alla bottega di Giuseppe? Senza una pastorale legata a un territorio, non si evangelizza. L’azione del presbiterio deve somigliare alla bottega: con la porta aperta, accogliente, dove si ascolta, si ripara, si sa intravedere un oltre dentro la vita irripetibile di chi si incontra. Ritornando allo sguardo di San Giuseppe, che indica il rischio di trafficare su tutto, padre Luigi ha sottolineato che non si tratta, oggi, di operare una fuga all’indietro, ma recuperare il senso del perché San Giuseppe è custode e protettore della Chiesa. In lui si realizza una forma di vita che alla Chiesa dice la sua vocazione originaria: costruire vite vive, irripetibili perché pervase dalla presenza dell’amore di Dio. Perciò la Chiesa deve tanto a questo uomo che non dice una parola, ma che ha tanto da dire.

