
IL CIECO NATO, ED IL DRAMMA DELLA “CECITÀ INTERIORE”!
In questa IV Domenica di Quaresima, detta “Laetàre” (della “Gioia”), il brano Evangelico di Giovanni (Gv 9, 1-41), narra la guarigione di un uomo “cieco dalla nascita”. Un racconto densamente “simbolico” (È uno dei 5 “Miracoli-Segni”, che l’Evangelista ha scelto e narrato nel suo Vangelo), che esplora il Tema della Luce, e della “Cecità spirituale”. Inizialmente, i discepoli chiedono: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (v 2), riflettendo in tal modo, la mentalità del tempo, secondo quanto era scritto nel Libro dell’Esodo: 20, 1-6), che legava la malattia, al “castigo divino”. Gesù corregge questa visione: “Né lui ha peccato né i suoi genitori…” (v 3a), perché la condizione dell’uomo, non è mai una punizione, ma è un’opportunità che, oggi, dà a Gesù, la possibilità di manifestare le opere di Dio e di potersi definire: “Io sono la luce del mondo”, ribadendo anche la necessità, di operare “finché è giorno” (v 4a). Gesù, nel guarire quest’uomo, compie il gesto simbolico, di una “nuova Creazione”, usando del fango sugli occhi del cieco: “Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco” (v 6a), richiamando così, la Creazione dell’uomo nel libro della Genesi. Dopodiché, lo mandò “a lavarsi, nella piscina di Sìloe, che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (v.7), simboleggiando, che la vera vista “spirituale”, proviene proprio dall’accogliere l’Inviato del Padre: Gesù stesso! Il brano poi, si caratterizza in un crescente di Fede, nel cieco, ed una crescente cecità spirituale, nei Farisei. In questo, che possiamo definire: un autentico “Processo di Rivelazione”, il cieco guarito passa dal chiamare Gesù, prima “l’uomo” (v 11); poi lo definisce “profeta” (v 17); ed infine lo riconosce discepolo e “uomo di Dio”: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla” (v 33). I Farisei, incapaci di accettare il miracolo (anche perché è avvenuto di sabato, una grave trasgressione alle loro regole), si irrigidiscono nel giudizio: “Sei nato tutto nei peccati e insegna a noi?” (v 34a). Ma la loro “cecità interiore”, emerge quando, pur vedendo la guarigione del poveretto, negano la provenienza
Divina di Gesù: “Costui non sappiamo di dove sia!” (v 29b). Ma rimane davvero sorprendente, la risoluta testimonianza dell’uomo guarito, che difende coraggiosamente la Verità, dicendo semplicemente: “Una cosa io so: ero cieco ed ora ci vedo” (v 25). Tuttavia, Gesù, quando ri-trova l’uomo, che “era stato cacciato fuori dai Farisei”, lo guida alla pienezza della Fede: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” (v 35), e quell’uomo, con grande umiltà, si prostra dinanzi a Lui, e adora Gesù dicendo: “Credo Signore” (v 36). Il versetto finale, evidenzia il paradosso del “giudizio” di Gesù: “È per un giudizio, che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi” (v 39). In definitiva, chi è consapevole della propria “cecità” (vedi: il cieco nato), si apre alla Luce, e ne riceve tutti i benefici; Chi invece, “crede di vedere” (come i Farisei e i Dottori della Legge), tutti pieni di orgoglio e false certezze, rimangono nelle tenebre del loro peccato, e diventano veri ciechi: “Se foste ciechi – dirà loro Gesù – non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane” (v 41). Volendo concludere, diciamo che questo capitolo 9, è un chiaro
invito a riconoscere, anche la nostra “cecità interiore”, fatta di tanta rigidità, pregiudizi, e presunzione, per lasciarsi incontrare da Cristo, la vera Luce che trasforma la nostra vita, e ci dona “occhi nuovi”, per riconoscere l’opera di Dio. Auguro, pertanto, a tutti, una Santa Domenica, e un buon “luminoso” prosieguo, nel Cammino Quaresimale.
don Michele Romano
