
I TANTI “LAZZARI”:
“SACRAMENTO” DELLA PRESENZA DI CRISTO.
Devo confessarvi, che quando leggo la Parabola del Vangelo di oggi (Lc 16, 19-31), vado alquanto in crisi, perché tornare a riflettere sui “Novissimi”
(Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso), è sempre qualcosa che crea un certo turbamento, e che spesso, volentieri, rimuoviamo dal nostro quotidiano! Intanto, ci vengono presentati i due Protagonisti della parabola: il primo, un Povero, che tuttavia, possiede il “nome” (“Notiamolo”, perché è qualcosa di molto importante!): “Lazzaro”
(“Menticante”, lett. “Che Dio ha aiutato”), importante, perché mi ricorda tutte le volte, che Gesù diceva: “Non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto, se i vostri “nomi” sono scritti nei cieli” (Lc 10, 20). L’altro personaggio, è un Ricco, che viene identificato, non con un Nome, ma con un Aggettivo: “Epulòne” (Che anticamente, designava una Casta di sacerdoti romani, che dirigevano i banchetti più lauti), aggettivo che lett. significa: “Mangione”- “Ghiottone”. Di questo Ricco, Gesù ci dice che: “Indossava vestiti di porpora e di lino finissimo”- v19a (Le stoffe più preziose dell’Oriente!);
“e ogni giorno si dava a lauti banchetti”-v19b, ignaro che alla sua porta, giaceva il povero Lazzaro
(Che pure era il suo “prossimo!”): “coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco” (v 21a). Ma, paradossalmente, evidenzia Luca, “erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe” (v 21b). Tutto questo, accadeva sulla nostra Terra! Ma è simpatico ricordare quì, il sarcasmo del grande Totò, che definiva la morte, una “Livella”, come a dire: Moriremo tutti, ed in egual modo, senza che niente possa seguirci da questa Terra. Tuttavia, nella dimensione “escatologica”, è questo sia anche ben chiaro per tutti noi, i criteri di giudizio e i ruoli, subiranno un capovolgimento spaventoso! Infatti, il povero Lazzaro, è ritenuto degno della sorte dei giusti, il ricco Epulone, sazio dei beni goduti su questa terra, si è colpevolmente privato delle ricchezze del Cielo, ovvero: della Gioia e della Pace, nel Regno di Dio, conoscendo ora, solo “l’Arsura”: “Padre Abramo…, manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua” (v 24a), e il “Tormento”: “perché soffro terribilmente in questa fiamma” (v 24b). Fra i due, dice il Vangelo, ormai non c’è più alcuna possibilità di comunicazione, perché Dio: “ha fissato un grande abisso” (v 26a), che separa i Salvati (in Paradiso), dai Dannati (nell’Inferno). Un “Abisso” di solitudine, che diventa sempre più invalicabile, per tutte le nostre “mancanze di Amore”, soprattutto verso i tanti “Lazzari”, che pure bussano alle nostre porte, e sono il vero “Sacramento”, della presenza di Cristo, e che noi facilmente ignoriamo! Ebbene, saranno proprio queste nostre scelte comportamentali: nel Bene o nel Male, a determinare un giorno, il “Giudizio” di Dio, di Salvezza o di Condanna, per l’eternità. Mi colpisce, tuttavia, che il “Ricco”, pur tra i tormenti dell’Inferno, manifesti un bricciolo di pietà, verso i suoi 5 fratelli, ancora sulla Terra, supplicando il Padre Abramo (per ben due volte!), perché consapevole, che anche loro vivendo sulla Terra, come lui, cioè, da dissoluti, abbiano la possibilità di convertirsi, evitando così di subire la sua stessa sorte! Questo prova che: Come noi Preghiamo per i Defunti, anche loro intercedono per noi. Purtroppo, quando siamo chiusi nel nostro egoismo, e asserviti agli “Idoli”: del possesso, del piacere, e invasati dalla cupidigia, non c’è più spazio nel nostro cuore, nè per il Signore, nè per il suo Amore. Anche noi, ancora pellegrini sulla Terra, finché siamo in vita (nostro “Tempo del Merito”), possiamo sempre “convertirci”. Che la Parabola di oggi (E come sarebbe auspicabile, rileggerla con frequenza!), ci aiuti a “spogliarci dell’uomo vecchio” (Col 3, 9), sapendo riconoscere sempre più, nella moltitudine di tanti nostri Fratelli: Profughi, senza tetto, mendicanti, affamati, ecc…, il povero “Lazzaro” della Parabola, memori di quanto ci raccomanda Gesù: “Quello che farete (o non farete!), a uno solo di questi miei Fratelli… nel bisogno, l’avete fatto (o non l’avete fatto) a me!” (Mt 25, 31-46). Auguro a tutti di cuore, di proseguire nella Carità fraterna, questo cammino Quaresimale.
don Michele Romano
