Lievito di prossimità e di fraternità: interrogati sul “come”!
È a partire dal titolo del Convegno Diocesano svoltosi ieri presso la Parrocchia di San Giovanni XXIII a Corigliano Rossano che, Don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della salute, ha introdotto la sua riflessione sulla Parabola del Buon Samaritano, “una delle parabole più conosciute ma anche la meno vissuta” ha esordito.
Nella sua meditazione don Massimo ha voluto prendere le mosse dal messaggio che Papa Leone ha pubblicato per la Giornata Mondiale del malato che si terrà il prossimo 11 febbraio 2026, per la quale ha proposto proprio il brano del Buon Samaritano. A sua volta il Papa e lo stesso don Massimo, ieri, l’hanno ripresentata prendendo come chiave ermeneutica l’Enciclica Fratelli tutti, “dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e con Dio che ci dona il suo amore”.
Nell’Enciclica Fratelli tutti, infatti, Papa Francesco ci ricordava che questa parabola è un’icona illuminante perché è capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che siamo chiamati a compiere per ricostruire il mondo in cui viviamo. “Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada”.
Ed è proprio a partire dall’analisi di ciascuno dei personaggi della parabola che Don Massimo ha voluto soffermarsi, pur brevemente, sulla loro condotta.
Innanzitutto il Dottore della legge che mette alla prova Gesù con una domanda sulla vita eterna; non tanto un interrogativo sulla vita senza fine, ma molto probabilmente, una domanda su come vivere la piena comunione con Dio, come camminare con l’Eterno in questa vita.
Poi i briganti di cui è piena la storia: coloro che scelgono la violenza, e non solo la violenza che fa rumore, ma anche le tante violenze quotidiane e silenziose. Non ci interessano le finalità o i motivi per cui, oggi, si aggradisce l’altro, ha detto don Massimo, perché sappiamo che ci sono ragioni economiche, politiche, di prevaricazione. Ma pensiamo alle nostre piccole violenze sull’altro.
Ogni violenza sul fratello può causare dolore o sofferenza. Si può star male anche in assenza di dolore, come nel lutto, oppure si può provare un grande dolore ed essere nella gioia, come avviene nel parto. La risposta alla violenza non è la violenza ma la cura: al dolore rispondiamo con la terapia, alla sofferenza con la relazione. È chi ci sta accanto che può alleviare la nostra sofferenza come ha fatto Gesù che ha le esercitate entrambe.
Poi ancora il malcapitato immagine dei tanti aggrediti che, oggi, sono stesi a terra nel mondo, i feriti dalla storia che chiedono il nostro sguardo… lo sguardo è fondamentale in questa parabola per ricordarci che siamo noi a scegliere cosa vedere e cosa no.
Arrivano i passanti, cfr Fratelli tutti n 75 – I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”. I passanti di per sé non hanno girato lo sguardo, avevano però paura di sporcarsi le mani: la realtà la si conosce sul posto. Chi vede e passa oltre sta già vivendo una scissione tra religione e fede, per cui possiamo esser religiosi senza essere credenti. La cultura dello scarto la si crea semplicemente ignorando l’altro. La piaga più diffusa nel nostro tempo è la solitudine perché è aumentata la diffidenza sociale, la lontananza sociale.
Gesù non ci insegna chi è il prossimo ma come diventare prossimi e questo dipende dalla decisione di amare. La compassione è sempre frutto di un’emozione profonda che deve portare all’azione, a cambiare i nostri piani e a riorganizzare le nostre giornate
Infine, nel noto approccio del Samaritano, il protagonista tra i personaggi della parabola c’è il superamento della paura e della distrazione di chi lo aveva preceduto. C’è un guardare per vedere le necessità dell’altro, un soffermarsi modificando i propri progetti e programmi, c’è un perdere del tempo per uno sconosciuto. Invece spesso siamo così concentrati sui nostri ritmi e obiettivi che, passiamo oltre, ignorando chi ci sta intorno. Siamo informati su tutto e non abbiamo tempo per nessuno. Ci coinvolgiamo facilmente per tutto ciò che consideriamo ingiusto purché non modifichi il nostro stile di vita. Il Samaritano sospende per un po’ i suoi programmi perché c’è un’altra persona che ha bisogno di aiuto.
Chiediamoci quanto siamo disposti a farci coinvolgere dalla sofferenza altrui? I buoni pensieri e le buone parole sono utili, ma non indispensabili a chi è nel bisogno. Nel clima di rapidità e di fretta che ci caratterizza siamo interpellati dal gesto del Samaritano che “non è “passato oltre”, ma ha avuto per l’uomo ferito uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale”.
Il Papa parla dell’emozione fondamentale messa in risalto dal racconto di Gesù, la compassione “tratto distintivo dell’amore attivo”. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma non lo fa da solo, individualmente, coinvolge l’affittacamere, in un “noi” più forte della somma delle nostre piccole individualità”. Non si può essere credenti da soli ma in un intreccio di relazioni profonde con Dio e tra di noi. Non per una maggiore efficienza ma come azione ecclesiale, compito della comunità, che discernere insieme per passare all’azione chiedendosi non solo cosa fare ma come farlo, insieme.
Per questo occorre chiedersi: qual è il livello della nostra comunione tra noi e con Dio? La società ci osserva: la nostra credibilità nasce dalla testimonianza. Lasciamo che siano gli altri a valutare “come” riusciamo a fare la differenza, come siamo lievito di prossimità e di fraternità. Abbiamo bisogno di questo confronto fraterno, di questa verifica della nostra azione pastorale, proprio come il Samaritano torna a verificare e monitorare se il suo intervento ha raggiunto il risultato sperato, se il suo investimento presso il titolare della locanda ha restituito vita e futuro al malcapitato caduto nelle mani dei briganti.

