Con la solenne celebrazione dell’Epifania del Signore, presieduta dall’Arcivescovo in Cattedrale a Rossano e la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro, si è concluso l’Anno Santo della Speranza, tempo di grazia che ha accompagnato la Chiesa nel riscoprire il volto di una fede capace di cammino, accoglienza e testimonianza.
Nella sua omelia, l’Arcivescovo ha sottolineato come la coincidenza tra l’Epifania e la conclusione del Giubileo non sia casuale: «L’Epifania – ha detto – ci indica come continuare, con quali atteggiamenti diventare testimoni di ciò che abbiamo vissuto». Al centro della riflessione evangelica, la figura dei Magi: uomini inquieti e cercatori, capaci di alzare lo sguardo e di mettersi in cammino seguendo una stella che non possiedono né controllano. Una fede, la loro, che passa attraverso il viaggio, la fatica e le domande, ma che conduce alla gioia autentica.
Da qui il primo invito per la Chiesa al termine del Giubileo: la speranza cristiana non è immobilità, ma movimento, disponibilità a lasciarsi guidare da Dio lungo strade nuove. Richiamando il profeta Isaia – «Alzati, rivestiti di luce» – l’Arcivescovo ha ricordato che la Chiesa è chiamata non a custodire un ricordo, ma a diventare luce per i popoli, capace di attrarre non difendendosi, ma riflettendo la gloria del Signore.
Il riferimento alla lettera di san Paolo ha poi ribadito il cuore del mistero dell’Epifania: tutti sono chiamati, tutti partecipi della stessa promessa. Un messaggio che interpella le comunità cristiane dopo l’Anno Santo: sapranno vivere davvero la fraternità, riconoscendo nell’altro non uno straniero ma un fratello?
Riprendendo le parole di Papa Leone XIV, l’Arcivescovo ha ricordato che i “Magi” esistono ancora oggi: uomini e donne in ricerca, che attraversano soglie e entrano nelle nostre chiese. Da qui la domanda decisiva: quale accoglienza trovano? Le nostre comunità sanno trasmettere il “profumo della vita” e far intuire che un altro mondo è iniziato?
L’Epifania, ha proseguito l’Arcivescovo, è anche rivelazione della gratuità di Dio, che si manifesta nell’umile e non nello spettacolare. I Magi non trovano una reggia, ma un bambino, una madre, una casa. Davanti a Lui offrono non solo doni, ma la loro vita, riconoscendo un Bene che non ha prezzo e non può essere sfruttato. Un richiamo forte in un tempo segnato da logiche economiche che tendono a ridurre tutto a profitto e consumo. Ha richiamando le parole del Pontefice pronunciate nella messa dell’Epifanio: “Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada (cfr Mt 2,12)”.
Nel gesto finale dei Magi – il tornare “per un’altra strada” – l’Arcivescovo ha indicato lo stile a cui è chiamata la Chiesa dopo il Giubileo: non fare cose straordinarie, ma vivere con uno sguardo nuovo, un cuore più libero e una capacità maggiore di condividere ciò che si è. «Diventare testimoni – ha affermato – significa offrire la propria vita perché cresca il Regno di Dio, perché gli estranei diventino fratelli, perché alla logica della guerra si sostituisca l’artigianato della pace».
La celebrazione si è conclusa con un invito alla speranza: la stella non si è spenta. Continua a brillare nella Parola, nei sacramenti, nei volti di chi cerca. Se le chiese resteranno case e le comunità luoghi di accoglienza, allora – come ha ricordato il Papa – la Chiesa potrà essere davvero “la generazione dell’aurora”, capace di rendere la speranza del Giubileo una testimonianza quotidiana.

